Bobby Lee

 
Bobby Lee Ramdass è stato giustiziato il 10 ottobre 2000 per l'uccisione del cassiere, un immigrato pachistano, durante una rapina a un drugstore nella contea di Fairfax, Virginia. Aveva 28 anni, era reo confesso e aveva espresso rimorso per il delitto. Quella che segue è la cronaca della sua esecuzione.

Sono le 18 e 30 quando attraverso Jarratt, basse casette in mezzo ai campi di arachidi e cotone. La capitale della morte a Est del Missisippi, seconda solo a Huntsville, Texas, per numero di esecuzioni negli Stati Uniti. Un'aiuola perfettamente curata dà il benvenuto ai visitatori del carcere, un contrasto surreale con l'apparire del complesso, brutte scatole di cemento circondate da un alto filo spinato. Al posto di blocco un agente mi controlla il passaporto. All'ingresso un suo collega mi consegna il pass da appuntare sulla giacca. È vuoto, senza nome, un dettaglio che sa di vigliaccheria.

Dave Bass, un funzionario, spiega quello a cui assisteremo e ci rassicura: "Sedete dove capita, si vede bene da tutti i punti. Vi chiedo solo di non alzarvi in piedi". Alle 20 e 40 saliamo nei pulmini che ci portano oltre i doppi cancelli dell'Unità "L", la casa della morte.

Quando mi siedo in seconda fila nella cabina dei testimoni, la prima cosa che vedo, al di là del vetro pulitissimo, è il lettino dell'iniezione, con la base di acciaio inossidabile e il cotone candido a coprire le imbottiture da cui penzolano sette cinghie di pelle, tre per fermare le gambe, due per i polsi e due per il torace. Gli appoggi per le braccia sporgono ai due lati, come in un agghiacciante crocefisso orizzontale. Il retro della stanza è coperto da una tenda di plastica blu. Là dietro stanno, vigliaccamente nascosti, i due boia, i paramedici che devono spingere, siringa dopo siringa, le tre dosi di veleno nei tubicini collegati alle braccia del condannato. "Qui in Virginia facciamo tutto a mano", spiega orgoglioso Bass.

Una signora in tacchi e tailleur tiene in mano la cornetta del telefono rosso, sulla parete di destra: è la linea diretta con il Governatore. A sinistra, un suo collega è attaccato al telefono bianco, collegato con l'ufficio della prigione dove arriverebbe per fax l'eventuale stop della Corte Suprema. E sparpagliati per la stanza una ventina tra funzionari governativi e penitenziari, stridenti con le loro brutte cravatte multicolori, intenti a chiacchierare, ridere e masticare gomma, come se nulla fosse. Ignorano la porta da cui sta per entrare il condannato, ignorano l'orologio che segna l'avvicinarsi della morte, ignorano perfino il lettino, come se fosse un tavolo da stiro e non il memento ingombrante dell'orrore a cui stiamo per assistere.

Alle 20 e 57 la porta si apre ed entra Bobby Lee Ramdass, ventinove anni non ancora compiuti. Prima che gli agenti lo leghino, per un attimo, rivolge lo sguardo verso la cabina dei testimoni, e ci smaschera, e ci fa provare vergogna. Sorride, una smorfia più che un sorriso, per mostrarsi coraggioso e tenere stretta fino all'ultimo la sua dignità. Ma gli occhi sbarrati e il tremito sul volto da ragazzino raccontano una paura assoluta, che non so immaginare. Il terrore di chi guarda la morte negli occhi.

Alle 20 e 58 un'altra tenda si chiude davanti a noi per bloccarci la vista dei due paramedici che devono inserire gli aghi nelle vene. Gli disinfettano la pelle, assurdamente, per evitare infezioni: fino all'ultimo, lo Stato è responsabile della sua salute. 

21 e 02. La tenda si riapre. Il direttore del carcere gli chiede se ha qualcosa da dire. "I Redskin vinceranno la coppa di football", mormora lui, e accenna una risata che dà i brividi. Una beffa, forse, al sistema che pretende di ucciderlo in modo banale, quando non esiste un modo banale per ammazzare un uomo.

21 e 03. Vedo vibrare i tubicini, la prima sostanza fluisce nelle vene. Una dose letale di anestetico che fa perdere conoscenza in meno di un minuto. Ramdass si sente scivolare via e non vuole morire, lotta per restare cosciente, respira tanto forte che il petto sembra scoppiargli. Poi si arrende, crolla, chiude gli occhi. È il momento della seconda dose, un veleno che paralizza i muscoli e blocca la respirazione. Mi chiedo se veramente non senta più nulla, come sostengono. Bobby Lee è immobile. Poi, improvvisamente, contrae in modo violento i muscoli dell'addome. La giornalista seduta accanto a me ha gli occhi pieni di lacrime. I boia stantuffano la terza e ultima  dose, che blocca il cuore. Gli spasmi si fermano. Nella cabina regna un silenzio funereo. Il direttore comunica che Bobby Lee Ramdass è spirato alle 21 e 06.

Tra pochi minuti il suo corpo verrà caricato su un'ambulanza blu e portato a sirene spiegate, quasi fosse un malato grave, all'ufficio di medicina legale di Richmond, dove gli faranno l'autopsia, come se non sapessero di cosa è morto. Alla voce della causa del decesso scriveranno "omicidio". Provo rabbia per l'ipocrisia di uno Stato che pretende di uccidere in modo pulito e che allora disinfetta la morte, la anestetizza, ne maschera la violenza e la brutalità. Un disgustoso atto di vigliaccheria di cui non posso fare a meno di sentirmi complice.

"Bobby Lee Ramdass non era un bravo ragazzo", dice all’uscita l'avvocato difensore, Nash Bilisoly. "Ma non sarà la sua morte a fare del mondo un posto migliore". O a fare di me un uomo migliore.

Luca Dini

Giornalista di Oggi e vincitore del Premio Saint-Vincent 2000 di Giornalismo

 

 

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