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"Che ci
fai con le tue foto? Cartoline?" Quante volte mi sono sentito
rivolgere questa domanda, in Algeria, in Congo, In Kenya, in Uganda.
"Cartoline, sì, cartoline" confermava una voce nella folla
che in pochi secondi mi si era accalcata attorno "Il bianco torna
al suo paese, vende le cartoline e guadagna un sacco di soldi!"
"Ah, e
allora deve pagare!" gridava qualcun altro.“Monsieur
le blanc, in questo paese le foto si pagano!” e una pioggia di
risate.“Argent! Argent!
Bianco, tira fuori dell’argent!”
Uomini e donne si trasformavano in altrettanti avvocati difensori di
colui o colei che avevo fotografato, avanzando – sulla base di quel
che si supponeva avrei guadagnato con le cartoline – richieste di
denaro scandalosamente esose.
Altre
volte andava peggio. In Benin passai una notte in cella perché avevo
puntato l’obiettivo sulla facciata di una vecchia casa brasiliana: la
sfortuna volle che proprio di fianco ci fosse un posto di polizia, dove
venni rinchiuso con l’accusa di spionaggio. In Camerun un poliziotto
mi portò in caserma e mi interrogò per due ore perché avevo
fotografato un ponte di legno mezzo sfondato nel cuore della foresta.
“Tutti così, voi bianchi: tornate al vostro paese e quelle vostre
foto vengono fuori sui giornali e sotto alle foto si dice: ecco le
strade del Camerun, ecco come sono ridotti i mezzi di trasporto, ecco in
che condizioni si viaggia. Il vostro sport è quello di gettare fango
sull’Africa!” E sulla base di questa teoria mi sequestrò il
rullino.
Quante
volte mi sono inutilmente affannato a spiegare che no, non avrei mai
potuto vendere le mie fotografie agli stampatori di cartoline perché
nessuno, nel nostro paese, ama ricevere cartoline con bimbi nudi e
sudici; e che avrei avuto non poche difficoltà anche a venderle ai
giornali, dal momento che la convinzione diffusa in parecchie redazioni
è che oggi di quel che succede ai negri “non importa niente a
nessuno”. Tranne, forse, quando cominciano a sbarcare sulle nostre
coste.
E
mentre i quotidiani e i settimanali snobbano le mille piaghe del
Continente Nero preferendo i capricci dei nostri politici o i sondaggi
sulle abitudini sessuali degli italiani, i mensili di viaggi e di
geografia si barcamenano per mostrarci un’Africa a cinque stelle,
tralasciando a bella posta quel che c’è oltre le sbarre delle gabbie
dorate predisposte per i turisti. C’è un ostinato pudore – spesso
dettato da regole di marketing – nel nome del quale si censurano le
immagini più crude: lo stesso criterio con cui le agenzie di viaggi
illustrano i propri cataloghi.
Ma
l’Africa vera, spiacente per i turisti, non conosce il significato
delle cinque stelle, a meno che non si trovino sulle mostrine di un
generale. L’Africa vera di stelle non ne ha nessuna. È fatta di
povertà, di sangue e di morte, di pelle tirata sulle costole, di città
inquinate, di mosche che si attaccano al collo, di caldo opprimente, di
sudore, di odori acidi, di angherie, di corruzione, di delirio. Eppure
è maledettamente affascinante. Del resto, il mal d’Africa non è
forse la nostalgia d’un luogo dove scopriamo di poter tornare ad
abbracciare le nostre radici e all’improvviso ci sentiamo un
tutt’uno con il fango e il cielo e il sangue, la nostalgia d’un
regno di sensazioni potenti dove anche una semplice stretta di mano può
essere incredibilmente sensuale? Non le si prova, queste sensazioni,
chiudendosi in un lodge con l’aria condizionata e sorseggiando al
tramonto un bicchiere di Stellenbosch serviti da un cameriere nero
impacciato e biancoguantato. Bisogna sporcarsi le mani.
Per
scattare queste immagini, come tanti altri fotografi, anch'io ho dovuto
sporcarmi le mani.
Curioso,
non ho voglia di lavarmele.
Sergio
Ramazzotti
[©1996
Sergio Ramazzotti]
Ventre Nero e'
stato in esibizione a Roma (Libreria La Strada, via Veneto,
maggio-giugno 1997), Arona (Antico
Convento della Purificazione, marzo-aprile 1998) e Torino (Chiesa di San
Filippo Neri, settembre-ottobre 1999). |










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