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La birra di Shaoshan.

Viaggio nel paese natale di Mao.

Sergio Ramazzotti

Feltrinelli Traveller, 150 pagine, €12,50, compra il libro

 

 

 

Il giorno che ci arrestarono arrivai a odiare il cielo esattamente quanto la terra. Aveva piovuto tutta la settimana una pioggerella gelata e insistente che, per quanto ne sapevo, poteva essere caduta senza sosta per le ultime mille settimane, ed ero di umore nero come le nubi accatastate sopra di me, oltre a non avere più nulla di asciutto da mettermi addosso.

Io e Celia ci eravamo alzati presto con gli occhi gonfi dopo una notte trascorsa in un letto di ghiaccio e stavamo facendo colazione con fegatini fritti e tè verde in uno dei ristoranti lungo il viottolo che portava alla piazza principale.

Celia in realtà si chiamava Huang Yue, però ci eravamo accordati su Celia, perché, diceva lei, in questo modo per me sarebbe stato più facile ricordare il suo nome. Mi sarebbe piaciuto chiamarla Yue, ma quando ci provavo lei non sollevava neanche la testa. Celia is my English name, diceva. Easy for you. Il suo nome inglese. Non trovai mai il coraggio di chiederle da quale rivista straniera o elenco del telefono l’avesse scelto. Non facevo più queste domande dal giorno che due contadini del Paraguay settentrionale mi avevano mostrato con orgoglio la loro bambina di pochi mesi, che avevano battezzato e registrato all’anagrafe con il nome di PastaColgate Miranda Sánchez.

“Come stai oggi?” dissi seguendo con lo sguardo la nuvoletta del mio fiato che indugiava come uno spettro nell’aria unta del ristorante.

Lei replicò con il suo sorriso dolce che mi irritava e mi inteneriva al tempo stesso: due file di sottili conchigliette madreperlacee, una manina timida che cercava invano di mascherarne la bianca perfezione rovinata solo da una minuscola carie a un incisivo superiore, le gote paffute da bambola sulle quali sbocciavano due pomoli rossi percorsi dai capillari, appena un accenno di rughe ai lati degli occhi neri; il tutto molto, molto cinese. Certi giorni era incapace di rispondere alle mie domande se non con un’altra domanda. Oggi prometteva di essere uno di quei giorni.

“E tu come stai?” disse.

“Io sto bene” dissi mentendo. Strinsi la tazza fra le mani cercando di scaldarle, ma il tè si era già raffreddato. Lei se ne accorse e si affrettò a versarmene dell’altro.

“Allora sto bene anch’io. L’importante è che stia bene tu” rispose lei.

Non sopportavo i suoi continui tentativi di rendermi felice, come quelli di una moglie alle prime armi alla quale sia stato insegnato che le pretese del marito, non importa quanto stravaganti, sono sacre. Mi metteva a disagio. E poi, le si leggeva fin troppo chiaro in volto che mentiva anche lei.

“Perché non puoi dirmi la verità una buona volta?” dissi brusco.

Lei si irrigidì: “Tu mi paghi, giusto? Quindi non voglio darti una ragione per lamentarti di me”.

“Cristo, Celia, io ti pago per fare l’interprete. Per il resto siamo in due in questa barca.”

“Sì, ma sei tu che hai i soldi, giusto?” La sua maledetta disarmante saggezza ereditata in linea diretta da Confucio veniva fuori quando meno te lo aspettavi. Confucio e il manuale americano sui principî del business.

“Sono così importanti, i soldi?” dissi sapendo già la risposta e sapendo che le avevo offerto la mossa per lo scacco matto.

“Prima non lo erano. Adesso sì. I soldi hanno il loro valore anche in Cina, non te ne sei reso conto?”

Che eleganza. A nemmeno ventidue anni.

Avrebbe avuto gioco fin troppo facile nel rinfacciarmi di venire da un paese, da un intero mondo fondato sul denaro.

“Se avessimo più soldi non soffriremmo il freddo. Dormiremmo allo Shaoshan, anziché allo Shao Feng, giusto?” aggiunse.

All’hotel Shaoshan, sulla piazza, le camere erano riscaldate, ma costavano il doppio. Inoltre una targa di plastica sul bancone dell’atrio avvertiva: “precedenza ai militari” e ciò mi aveva ispirato subito una certa repulsione. Avevo scelto lo Shao Feng per dimostrare a me stesso (e forse, con una punta di cinico sadismo, anche a Celia) di saper essere più stolido del governo, il quale aveva stabilito che tutta la Cina a sud del fiume Yangtze faceva parte del “territorio meridionale soggetto a clima temperato”, dunque gli edifici pubblici e privati erano rigorosamente privi di impianto di riscaldamento, accessorio voluttuario bollato come “causa di un insensato spreco di energia”. In effetti lo Yangtze scorreva alla stessa latitudine del Cairo, di Tripoli e delle Bermuda, tuttavia a marzo la temperatura nel nostro ristorante era di tre gradi. Per di più, le stanze austere e silenziose dello Shao Feng (il cui nome, avvertiva un dépliant, era stato scelto nel 1992 nientemeno che dal Direttore Subordinato del Comitato Permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo, signora Chen Mu Hua) sembravano avere la straordinaria proprietà di mantenere una temperatura costantemente inferiore a quella esterna. A ciascuno dei tre piani, una stoica donnina in uniforme grigia la cui solennità socialista era rovinata dagli spessi guanti all’uncinetto di lana rosa o gialla faceva la guardia al corridoio in posizione di riposo formale, sforzandosi di contrapporre ai brividi di freddo una fiera rigidità muscolare che ricordava quella di una statua o piuttosto di un cadavere. Invece le camere dello Shaoshan erano dotate di condizionatori capaci di emettere aria tiepida, anche se, incredibilmente, l’albergo era di proprietà dello stesso governo per il quale il riscaldamento era superfluo.

Mi sentii in colpa e dissi: “Va bene, oggi ci trasferiamo allo Shaoshan”.

“Quanto tempo credi che resteremo ancora in paese?” disse Celia sfregandosi le mani violacee per i geloni. Speravo di averla impressionata con la mia decisione, ma era capace di nascondere i sentimenti con la stessa noncuranza con cui schermiva il suo sorriso.

“Il necessario per capire” risposi, più freddo di quanto desiderassi.

“Siamo qui da otto giorni. Che cosa ti resta ancora da capire?” domandò lei.

“Tutto questo dannato paese” mugugnai, senza accorgermi dell’insulto. In testa avevo una frase scritta da Ennio Flaiano nel 1961: “Capire la Cina non è soltanto impossibile, ma inutile” e sapevo che, se mi trovavo dove mi trovavo, era anche a causa di quell’infelice aforisma, del quale mi ero incaponito a voler dimostrare l’infondatezza o perlomeno la vetustà. Una nazione di un miliardo e trecento milioni di abitanti abbatteva a colpi di piccone le fondamenta della propria fortezza millenaria e costruiva sulle macerie ancora fumanti un ignobile complesso di torri prefabbricate sui cui tetti di cristallo sventolavano immense bandiere con la scritta OCCIDENTE, TI CONQUISTEREMO e noi speravamo di non sentire lo stridore delle gru e il fragore dei crolli? Non pretendevo di comprendere la Cina, ma ero certo che almeno il tentativo valesse la pena, per quanto faticoso.

“Tu capisci forse qualcosa di quel che sta succedendo qui?” chiesi a Celia.

“Beh, veramente...” balbettò lei, e sfoderò il suo inappellabile sorriso microcariato.

 

A dire il vero, all’inizio Celia e io non parlavamo molto. Si era presentata dieci giorni prima nella mia camera d’albergo, a Changsha, con la sua direttrice, la professoressa Cai, che sulle prime mi aveva dato l’impressione di essere sua madre. Avevo chiamato al telefono un’agenzia di interpreti che portava il roboante nome di Hunan Changsha International Interpreting Services, e un’ora più tardi aveva bussato alla porta la professoressa Cai in persona, presidentessa della società, con un mezzo inchino e il biglietto da visita già stretto tra le dita di entrambe le mani, pronto per essere spinto in avanscoperta oltre la soglia. Già che mi avevano invaso la stanza, le invitai a sedersi e accesi il bollitore elettrico per preparare un tè. La professoressa parlava fitto come una mitragliatrice, massacrando la lingua inglese con la spietata efficacia di un cecchino: teneva una mano sulla spalla di Celia e riuscii a intuire che diceva “È la nostra migliore interprete”. Mi sembrava che ne stesse decantando le qualità come avrebbe fatto un mercante di schiavi: la seguirà ovunque vorrà portarla, non si preoccupi di farla camminare, non soffre il freddo eccetera.

Celia taceva, gli occhi fissi sulle proprie caviglie fasciate da un paio di calzette di cotone bianco che le ricadevano sul piede. La timidezza, credo, la spingeva a sedere con le ginocchia serrate in una stretta disperata e la schiena rigida, perfettamente perpendicolare al pavimento e a un’opportuna distanza dalla spalliera della sedia. Teneva la tazza sul bordo del tavolo, con un terzo del piattino sospeso nel vuoto, e quando doveva sollevarla per bere lo faceva con le punte delle dita, nel tentativo di limitare al minimo prescritto dalla buona educazione il contatto con lo stesso mobile sul quale erano appoggiate le mie mani.

Terminato il comizio, la professoressa vuotò la sua tazza con un poderoso risucchio, quindi si rivolse a Celia e la esortò a presentarsi. Lei, che sembrava avere trascorso l’intera vita ad aspettare quell’ordine, schizzò in piedi come una molla, mi tese cinque ditini sudaticci privi di forze e sussurrò: “Piacere, sono Huang Yue, però la prego, non si preoccupi di chiamarmi Huang Yue, il mio nome inglese è Celia”.

Uno degli svantaggi (o dei vantaggi, a seconda della situazione) della lingua inglese è che di solito non sai mai se qualcuno ti sta dando del lei o del tu, ma dal suo tono si capiva che mi stava dando del lei. Almeno parlava un inglese migliore di quello della professoressa.

Quest’ultima, gonfia d’orgoglio e con gli occhi quasi lucidi come quelli di una madre quando alla recita scolastica viene il turno del proprio figlioletto (ma era una terrificante ruffiana e stava recitando), approfittò del momento per sparare il prezzo, e quando dissi che poteva andare compilò una ricevuta sul posto e pretese un anticipo in contanti, che arrotolò con cura e intascò nella borsetta. Mentre le porgevo il mucchio di banconote ebbi la sgradevole sensazione di trovarmi lì a fare affari con la tenutaria di un lupanare.

A quel punto, la professoressa si sentì in diritto di chiedermi che cosa andassi a fare a Shaoshan, e rividi in lei la madre, perché me lo domandò come se mi apprestassi a portare lontano la sua bambina.

“Vado a visitare il paese natale di Mao Tse Tung” dissi.

“Visto, Celia” esclamò lei. “Il nostro presidente è popolare anche all’estero”. Anche se era morto da ventiquattro anni, per i cinesi Mao era sempre “il presidente”.

“Mi dica” aggiunse la professoressa dopo averci pensato su “che cosa c’è di interessante a Shaoshan?”

“Dovrebbe saperlo meglio di me” la punzecchiai. Shaoshan si trovava a sole tre ore di macchina da Changsha.

Lei assunse un’oscena aria di superiorità. “Per dirle la verità, il lavoro non mi lascia molto tempo. Per fortuna, dovrei aggiungere. Sa, noi siamo un’impresa privata”. Quando pronunciò la parola “privata” mi parve di notare che gonfiava il petto. Era un po’ come per un messicano poter dichiarare di essere in missione per conto della Vergine di Guadalupe.

Capii che a Shaoshan non avrebbe mai messo piede. A meno che, naturalmente, un giorno lontano la sua impresa non fosse andata a rotoli e non si fosse ritrovata con parecchio tempo libero a disposizione.

Per il momento, si limitò a guardare l’orologio e con un sorriso molto P.R. disse: “Io devo andare”. Mi strinse la mano quando era già con un piede fuori della porta, e scomparve lungo il corridoio come una ladra.

“Le faccio sapere” dissi senza specificare cosa, mentre lei spingeva un rimasuglio di sorriso nell’ascensore che esalava, ogni volta che si fermava al piano, un insopportabile odore di cavolo bollito. L’ascensore sostava sempre, automaticamente, al piano del ristorante.

“Sì, sì, mi faccia sapere.”

 

 

Quando rientrai nella stanza, Celia arrossì violentemente e notai per la prima volta il reticolo dei capillari violacei sulle sue guance. Sentiva di dover dire qualcosa, ma evidentemente non era stata istruita a sufficienza sugli argomenti di conversazione che potevano andare con un occidentale. Taceva, e mentre taceva potevo ascoltarla ruminare tutte le possibili infinite frasi con cui si sentiva in dovere di iniziare un dialogo che riteneva inevitabile ma al quale avrebbe preferito la morte. Se fossi stato una donna, forse sarebbe andato tutto più liscio. Mi sedetti ad aspettare che parlasse, volgendo uno sguardo molto meno interessato di quanto cercavo di farlo apparire oltre la finestra, ai palazzoni di mattonelle bianche e cristallo azzurrato che in tutta la Cina segnalavano, con una sconcertante fedeltà estetica a un archetipo creato da chissà quale architetto di regime, l’arrivo del nuovo corso del socialismo nell’ennesima “zona in via di sviluppo”, e mascherando un imbarazzo che era anche mio con la freddezza concessami dal fatto che Celia era alle mie dipendenze, e il suo contratto di assunzione si trovava nel mio portafoglio sotto forma di una ricevuta; in effetti faticavo anch’io a trovare qualcosa da dire, e pensai che se Celia fosse stata un uomo sarebbe andato tutto più liscio. Per restare su un terreno neutrale, ma senza allontanarci troppo l’uno dall’altra, scegliemmo quasi nello stesso istante di parlare della professoressa, ovvero dell’unica conoscenza che, per quel che ne sapevamo, ci accomunasse.

“Un bel tipo, la tua professoressa” dissi.

“Sì, una donna molto occupata. Molto molto occupata. Un’imprenditrice. Ha anche un telefono cellulare” disse lei con sollievo.

“Non mi sembra tanto strano possedere un telefono cellulare. Qui a Changsha ce l’hanno anche le ragazzine”. Mi resi conto troppo tardi che anche lei era poco più che una ragazzina. Il fatto era che sembrava troppo seria per la sua età, e una certa aria di tristezza che si portava addosso con disinvoltura come le ragazzine di Changsha portavano al collo il cellulare appeso a una specie di guinzaglio aggiungeva al suo volto quei dieci anni che gli altri adolescenti devono avere la pazienza di vivere con la giusta dose di sfortune per poter avere quella stessa luce nello sguardo. Mi indispettiva che a ventun anni Celia somigliasse a una donna più di quanto alla stessa età io non riuscissi a somigliare a un uomo.

“Beh, io non ce l’ho, un telefono cellulare” rispose facendo la sostenuta. “Non che mi serva, in effetti.”

“Però hai un lavoro” dissi. “Vuoi un altro tè?”

“Che cosa? Oh no, no, grazie. Per la prossima settimana, avrò un lavoro a Shaoshan. Magari dieci giorni. Poi, chissà. Magari sto tutto il mese senza che mi chiamino. Qui non siamo a Shanghai o a Pechino, non è che tutto il mondo abbia sempre bisogno di un interprete. Quello che guadagno lo spendo tutto per pagarmi l’università. Niente cellulare. L’ultima volta che ho lavorato è stato quasi due mesi fa: una coppia di russi andava in cerca di un compratore per certi strumenti di misura, contachilometri, manometri, metriqualcosa, non ho capito bene. Non hanno trovato nessuno, però dopo una settimana o giù di lì mi hanno offerto duecento dollari per andare a letto con loro. Me li ha offerti lei.”

“Lei chi?”

“La donna.”

“E tu?”

“Io ho telefonato alla professoressa Cai.”

“Che vuol dire ho telefonato alla professoressa Cai?”

“Dovevo sapere come comportarmi.”

“Non potevi mandarli al diavolo direttamente?”

“No, erano clienti, giusto?”

“Clienti? Volevano fare un numero a tre e tu li chiami clienti?”

“Per pagare avevano pagato.”

“Sì, ma per un’interprete, Cristo!”

“La professoressa dice che il cliente ha sempre ragione e non bisogna mai irritarlo. Cliente arrabbiato è cliente perso. Il passaparola è la pubblicità migliore e non costa nulla”

“E questa dove l’avrebbe imparata?”

“Lo dicono negli Stati Uniti.”

“La professoressa Cai è stata negli Stati Uniti?”

“No, l’ha sentita dire da uno che aveva letto un manuale americano su come fare business. La professoressa è stata solo a Hong Kong.”

“E con i russi com’è finita?”

“A un certo punto la professoressa voleva parlare al telefono con loro, ma loro mi hanno detto che era tutto a posto, che non c’era bisogno. Mi hanno dato cinquanta yuan e sono spariti, tanto non avevano venduto neanche un tachimetro, o manometro, quelle robe lì.”

“Come diavolo facevi a sapere da chi andare a vendere gli strumenti, se non sapevi che cos’erano?”

“Lo sapevano loro. Poi però mi hanno chiesto di trovare qualcuno anch’io. In Cina c’è un sacco di gente che compra tutto e vende tutto. L’importante è fare business.”

“Business...” ripetei con gli occhi fissi sui palazzoni del centro.

“Tu non sei venuto qui per fare business” disse lei con uno stupore che sembrava sincero.

“No, io non sono tagliato per gli affari. Ti pare strano?” domandai infastidito. L’irritazione mi impedì di capire che il suo you cominciava a suonare come un “tu”. Del resto, non capivo nemmeno il perché di quell’irritazione.

“Perché uno come te dovrebbe venire in vacanza dall’occidente in un villaggio di campagna dello Hunan?”

“In vacanza? E chi ti dice che sia in vacanza?”

“Non hai da vendere, non hai da comprare. Giusto?”

“Beh, non lo so perché mi è saltato in testa di andare in un villaggio dello Hunan” mentii. “Del resto tutti noi facciamo un sacco di cose senza sapere perché le facciamo. Veniamo al mondo, tanto per cominciare.”

“Non lo sai?”

Dovetti apparirle come uno di quegli eccentrici ricconi annoiati che, dopo aver visto il mondo intero, a un certo punto della vita cominciavano a visitarne per gioco gli angoli più insignificanti. Ovvero, secondo l’immaginario collettivo del terzo mondo – sempre ammesso che la Cina, perlomeno quella rurale, potesse essere ancora considerata terzo mondo – il perfetto stereotipo del turista occidentale, perché l’occidentale si divideva in due grandi categorie: se non era un businessman, era un turista.

“No che non lo so. Facciamo che lo scopriremo insieme. E ti prometto che non ti chiederò di venire a letto con me.”

Stavolta fu lei a irritarsi e mi mise il broncio, ma non capii se era stato a causa della battuta, o perché intuiva che le avevo mentito sullo scopo del viaggio, e dunque, se le avevo mentito una volta, avrei potuto farlo molte altre. La sincerità era una virtù troppo obsoleta perché se ne facesse menzione nei manuali del business americano, ma qui eravamo in Cina, e in Cina la sincerità contava ancora parecchio, come contava la parola data e saper bere un tè mettendoci il tempo necessario.

In effetti, avevo almeno tre buone ragioni per venire a Shaoshan. Intanto l’aspetto più interessante del villaggio non era che vi fosse nato, il giorno di santo Stefano del 1893, Mao Tse Tung, ma che i novecento contadini che lo abitavano – ex bravi comunisti tutti casa partito e risaia – erano diventati tutti ricchi sfondati e, peggio, quella strabiliante quantità di denaro di cui si mormorava l’avevano estratta – con il consenso dei legittimi proprietari – dai portafogli di milioni di comunistissimi compatrioti speculando sul nome sacro del Grande Timoniere loro ex vicino di casa. Per me, inoltre, il nome Shaoshan suonava troppo simile a Scisciano, uno dei castelli vassalli di Jesi sperduto fra le colline della campagna marchigiana, con due dozzine di case di vecchio tufo e un arco a sesto acuto sotto il quale, si diceva, era passato, ancora bambino e già imperatore, Federico II di Hohenstaufen e dove erano nati e vissuti i miei nonni materni, gli unici che avessi conosciuto, e al quale attingevo, ogni volta che ne avevo bisogno, i più dolci e nitidi ricordi d’infanzia. Infine, come conseguenza della prima buona ragione, Shaoshan prometteva di essere un luogo dove i bambini non mi avrebbero tirato le maniche a ogni angolo di strada recitando come un mantra la sola frase in inglese che conoscevano e avevano capito di dover imparare in fretta, e che per qualsiasi popolo ha il peso di una sconfitta: please-give-me-money-please-give-me-money.

 

Celia doveva aver valutato che il tempo concessole per il broncio dai principî del manuale americano per il business era scaduto, perché accennò un sorriso e disse, come per fare la pace: “Non ho pensato che potessi chiedermi di venire a letto con te”.

Nel dirlo, il suo volto divenne paonazzo e vidi i capillari sulle guance raggrumarsi in un reticolo livido.

“Non preoccuparti” dissi. La stanza dove la sua dannata professoressa Cai ci aveva abbandonati a noi stessi, che poi era la mia stanza, stava diventando troppo piccola, e l’aria troppo pesante, e la figura esile di Celia mi appariva d’improvviso immensa come quella del medico che si china su di voi al tavolo del pronto soccorso.

“È solo che sei strano” incalzò lei.

“Sarebbe a dire?”

“Di solito i turisti vengono a vedere la Grande Muraglia, o la Città Proibita o cose del genere, oppure vanno a Hong Kong dove possono fare shopping.”

“A dire il vero io sono qui anche per lavorare” dissi.

Lei sgranò gli occhi: “Che tipo di lavoro?”

“Racconto storie. Almeno ci provo.”

“A chi?”

“Alla gente del mio paese.”

“E loro ascoltano?”

“Qualcuno sì. Qualcuno.”

“Dov’è la differenza? Anche un turista racconta storie, giusto? Torna a casa e racconta la storia del viaggio ai suoi amici” disse lei con un candore senza secondi fini che mi colpì come una mitragliata allo stomaco.

“Io cerco di raccontare la stessa storia a molta gente. La scrivo sui giornali.”

“Quanta gente di preciso?”

“Non lo so. Molta.”

“E ti pagano per questo?”

“Sì, a volte mi pagano. Però la storia deve essere interessante.”

“Ah, e chi giudica se la storia è interessante o no?”

“In genere qualcuno che ha deciso o crede di sapere qual è l’opinione della gente senza nemmeno essersi dato pena di ascoltarla. O qualcuno a cui fa comodo per una questione di denaro che la gente non abbia un’opinione.” Mi resi conto che il mio sfogo suonava patetico, rivolto a una figlia del regime cinese.

“Allora il tuo giornale è del governo?”

“No, è privato.”

Celia strizzò gli occhi: “Privato? Vuoi dire, come l’agenzia di interpreti?”.

“Sì, più o meno.”

“Se è un giornale privato, perché non può scrivere quello che piace alla gente? Il governo lo controlla?”

“No, Celia. E il giornale si sforza di scrivere proprio quello che piace alla gente.”

“E allora dov’è il problema?”

“Il problema è che non è detto che ciò che piace alla gente sia anche interessante o utile per capire com’è fatto il pianeta su cui siamo condannati a vivere sempre più stretti. Chi pubblica i giornali pensa che la gente non abbia voglia di sapere le disgrazie altrui, quindi le cattive notizie non funzionano, perché un giornale pieno di cattive notizie non si vende, e un giornale che non si vende chiude. Così si presenta una realtà finta, edulcorata, e la popolazione, rincoglionita al punto giusto da quegli stessi che dovrebbero stimolarla, leggendo si abitua a ignorare i problemi del mondo, fino al punto in cui non è più possibile raccontarglieli perché si incontra un rifiuto totale.”

“A me interesserebbe sapere i problemi dell’Italia. Mi aiuterebbe a consolarmi dei miei.”

“Da noi non funziona così. Tu compri un giornale, ti metti comodo in poltrona, lo apri e lui ti vomita addosso i marciumi del mondo, le guerre, l’Aids, i linciaggi dei tutsi in Ruanda e l’oppressione delle donne in Afghanistan e le esecuzioni di dissidenti in Cina e poi la previsione allarmista che siccome a Milano il cognome Hue è più diffuso di Brambilla e i cinesi si comprano le pizzerie in contanti la Cina finirà per diventare padrona del mondo, e l’ultimo conflitto a pochi passi dai nostri confini che riverserà sui nostri bei marciapiedi puliti qualche decina di migliaia di profughi e la cronaca del disastro ecologico che ha rovinato per sempre l’ultimo paradiso dei pinguini e lo scioglimento dei ghiacci che un giorno sommergeranno i nostri pronipoti e le nostre ville al mare comprate con tanto sangue sputato e sa il diavolo che cos’altro, e tutto ciò non è considerato onesto da parte sua. Ormai da un giornale non vuoi sorprese: da lui ti aspetti le stesse cose che ti aspetti da un buon whisky sorseggiato a fine giornata o dal caro vecchio tranquillante che prendi da anni prima di andare a letto e sai già che effetto farà, non che si adoperi come un menagramo figlio di puttana per rovinarti quella serenità o quell’illusione di serenità che è già fragile di suo e aggiunga nuove ansie alle tue personali, il lavoro, i figli che rischiano di diventare drogati, il mutuo, le tasse.”

“Allora, se avete tutte queste ansie, l’Italia non è un paese felice, giusto?”

“Sono ansie da felicità. Più sei felice, più ti preoccupi che qualcosa possa guastare la tua felicità.”

“E i vostri giornali si preoccupano di non guastarla?”

“Più o meno. Molti più che altro si preoccupano di vendere. Se a Pechino la polizia fa sparire uno o mille santoni del Falun Gong, noi facciamo spallucce e tanti saluti.”

“Che significa fa sparire?”

“Esattamente quello che vuole dire. Come il numero di un prestigiatore che fa sparire un coniglio nel cilindro. Per un po’ o per sempre, quello dipende dal coniglio. La differenza è che nel caso del Falun Gong allo spettacolo non è invitato il pubblico.”

“Dunque, che cosa andiamo a fare a Shaoshan?” domandò lei squadrandomi come se fossi pazzo.

“Te l’ho detto, non lo so” risposi, e pensai che potevo esserlo sul serio.

 

Tempo dopo, mentre tremavamo di freddo nel ristorante dove ci eravamo infilati come fuggiaschi, Celia mi fece la stessa domanda e io le diedi la stessa risposta. Fu quello, credo, il giorno che smise di chiedermi che cosa stessi cercando a Shaoshan. Me l’aveva già domandato molte volte, ed era ormai chiaro che temeva di dover rimanere lì per sempre, al fianco di un maniaco febbricitante perso nell’inseguimento di un miraggio che brillava solo nella sua testa, e forse stava pensando a un modo di scaricarmi elegante e compatibile con le regole del manuale americano.

“Vuoi ancora tè?” disse.

Toccai la teiera di metallo, che era diventata gelida come un tavolo da autopsia.

“Lascia stare” risposi. Pagai il conto, ci alzammo e andammo per la seconda volta a visitare la casa natale di Mao.

[Sergio Ramazzotti, primo capitolo de La birra di Shaoshan]

 

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