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Il
giorno che ci arrestarono arrivai a odiare il cielo esattamente quanto
la terra. Aveva piovuto tutta la settimana una
pioggerella gelata e insistente che, per quanto
ne sapevo, poteva essere caduta senza sosta per
le ultime mille settimane, ed ero di umore nero
come le nubi accatastate sopra di me, oltre a
non avere più nulla di asciutto da mettermi
addosso.
Io
e Celia ci eravamo alzati presto con gli occhi
gonfi dopo una notte trascorsa in un letto di
ghiaccio e stavamo facendo colazione con
fegatini fritti e tè verde in uno dei
ristoranti lungo il viottolo che portava alla
piazza principale.
Celia in realtà si chiamava Huang Yue, però ci
eravamo accordati su Celia, perché, diceva lei,
in questo modo per me sarebbe stato più facile
ricordare il suo nome. Mi sarebbe piaciuto
chiamarla Yue, ma quando ci provavo lei non
sollevava neanche la testa. Celia
is my English name, diceva. Easy
for you. Il suo nome inglese. Non trovai mai
il coraggio di chiederle da quale rivista
straniera o elenco del telefono l’avesse
scelto. Non facevo più queste domande dal
giorno che due contadini del Paraguay
settentrionale mi avevano mostrato con orgoglio
la loro bambina di pochi mesi, che avevano
battezzato e registrato all’anagrafe con il
nome di PastaColgate Miranda Sánchez.
“Come stai oggi?” dissi seguendo con lo sguardo
la nuvoletta del mio fiato che indugiava come
uno spettro nell’aria unta del ristorante.
Lei replicò con il suo sorriso dolce che mi
irritava e mi inteneriva al tempo stesso: due
file di sottili conchigliette madreperlacee, una
manina timida che cercava invano di mascherarne
la bianca perfezione rovinata solo da una
minuscola carie a un incisivo superiore, le gote
paffute da bambola sulle quali sbocciavano due
pomoli rossi percorsi dai capillari, appena un
accenno di rughe ai lati degli occhi neri; il
tutto molto, molto cinese. Certi giorni era
incapace di rispondere alle mie domande se non
con un’altra domanda. Oggi prometteva di
essere uno di quei giorni.
“E tu come stai?” disse.
“Io sto bene” dissi mentendo. Strinsi la tazza
fra le mani cercando di scaldarle, ma il tè si
era già raffreddato. Lei se ne accorse e si
affrettò a versarmene dell’altro.
“Allora sto bene anch’io. L’importante è che
stia bene tu” rispose lei.
Non sopportavo i suoi continui tentativi di
rendermi felice, come quelli di una moglie alle
prime armi alla quale sia stato insegnato che le
pretese del marito, non importa quanto
stravaganti, sono sacre. Mi metteva a disagio. E
poi, le si leggeva fin troppo chiaro in volto
che mentiva anche lei.
“Perché non puoi dirmi la verità una buona
volta?” dissi brusco.
Lei si irrigidì: “Tu mi paghi, giusto? Quindi
non voglio darti una ragione per lamentarti di
me”.
“Cristo, Celia, io ti pago per fare
l’interprete. Per il resto siamo in due in
questa barca.”
“Sì, ma sei tu che hai i soldi, giusto?” La
sua maledetta disarmante saggezza ereditata in
linea diretta da Confucio veniva fuori quando
meno te lo aspettavi. Confucio e il manuale
americano sui principî del business.
“Sono così importanti, i soldi?” dissi sapendo
già la risposta e sapendo che le avevo offerto
la mossa per lo scacco matto.
“Prima non lo erano. Adesso sì. I soldi hanno il
loro valore anche in Cina, non te ne sei reso
conto?”
Che eleganza. A nemmeno ventidue anni.
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Avrebbe avuto gioco fin troppo facile nel
rinfacciarmi di venire da un paese, da un intero
mondo fondato sul denaro.
“Se avessimo più soldi non soffriremmo il
freddo. Dormiremmo allo Shaoshan, anziché allo
Shao Feng, giusto?” aggiunse.
All’hotel Shaoshan, sulla piazza, le camere erano
riscaldate, ma costavano il doppio. Inoltre una
targa di plastica sul bancone dell’atrio
avvertiva: “precedenza ai militari” e ciò
mi aveva ispirato subito una certa repulsione.
Avevo scelto lo Shao Feng per dimostrare a me
stesso (e forse, con una punta di cinico
sadismo, anche a Celia) di saper essere più
stolido del governo, il quale aveva stabilito
che tutta la Cina a sud del fiume Yangtze faceva
parte del “territorio meridionale soggetto a
clima temperato”, dunque gli edifici pubblici
e privati erano rigorosamente privi di impianto
di riscaldamento, accessorio voluttuario bollato
come “causa di un insensato spreco di
energia”. In effetti lo Yangtze scorreva alla
stessa latitudine del Cairo, di Tripoli e delle
Bermuda, tuttavia a marzo la temperatura nel
nostro ristorante era di tre gradi. Per di più,
le stanze austere e silenziose dello Shao Feng
(il cui nome, avvertiva un dépliant, era stato
scelto nel 1992 nientemeno che dal Direttore
Subordinato del Comitato Permanente
dell’Assemblea Nazionale del Popolo, signora
Chen Mu Hua) sembravano avere la straordinaria
proprietà di mantenere una temperatura
costantemente inferiore a quella esterna. A
ciascuno dei tre piani, una stoica donnina in
uniforme grigia la cui solennità socialista era
rovinata dagli spessi guanti all’uncinetto di
lana rosa o gialla faceva la guardia al
corridoio in posizione di riposo formale,
sforzandosi di contrapporre ai brividi di freddo
una fiera rigidità muscolare che ricordava
quella di una statua o piuttosto di un cadavere.
Invece le camere dello Shaoshan erano dotate di
condizionatori capaci di emettere aria tiepida,
anche se, incredibilmente, l’albergo era di
proprietà dello stesso governo per il quale il
riscaldamento era superfluo.
Mi sentii in colpa e dissi: “Va bene, oggi ci
trasferiamo allo Shaoshan”.
“Quanto tempo credi che resteremo ancora in
paese?” disse Celia sfregandosi le mani
violacee per i geloni. Speravo di averla
impressionata con la mia decisione, ma era
capace di nascondere i sentimenti con la stessa
noncuranza con cui schermiva il suo sorriso.
“Il necessario per capire” risposi, più freddo
di quanto desiderassi.
“Siamo qui da otto giorni. Che cosa ti resta
ancora da capire?”
domandò lei.
“Tutto questo dannato paese” mugugnai, senza
accorgermi dell’insulto. In testa avevo una
frase scritta da Ennio Flaiano nel 1961:
“Capire la Cina non è soltanto impossibile,
ma inutile” e sapevo che, se mi trovavo dove
mi trovavo, era anche a causa di
quell’infelice aforisma, del quale mi ero
incaponito a voler dimostrare l’infondatezza o
perlomeno la vetustà. Una nazione di un
miliardo e trecento milioni di abitanti
abbatteva a colpi di piccone le fondamenta della
propria fortezza millenaria e costruiva sulle
macerie ancora fumanti un ignobile complesso di
torri prefabbricate sui cui tetti di cristallo
sventolavano immense bandiere con la scritta
OCCIDENTE, TI CONQUISTEREMO e noi speravamo di
non sentire lo stridore delle gru e il fragore
dei crolli? Non pretendevo di comprendere la
Cina, ma ero certo che almeno il tentativo
valesse la pena, per quanto faticoso.
“Tu capisci forse qualcosa di quel che sta
succedendo qui?” chiesi a Celia.
“Beh, veramente...” balbettò lei, e sfoderò
il suo inappellabile sorriso microcariato.
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A dire il vero, all’inizio Celia e io non
parlavamo molto. Si era presentata dieci giorni
prima nella mia camera d’albergo, a Changsha,
con la sua direttrice, la professoressa Cai, che
sulle prime mi aveva dato l’impressione di
essere sua madre. Avevo chiamato al telefono
un’agenzia di interpreti che portava il
roboante nome di Hunan Changsha International
Interpreting Services, e un’ora più tardi
aveva bussato alla porta la professoressa Cai in
persona, presidentessa della società, con un
mezzo inchino e il biglietto da visita già
stretto tra le dita di entrambe le mani, pronto
per essere spinto in avanscoperta oltre la
soglia. Già che mi avevano invaso la stanza, le
invitai a sedersi e accesi il bollitore
elettrico per preparare un tè. La professoressa
parlava fitto come una mitragliatrice,
massacrando la lingua inglese con la spietata
efficacia di un cecchino: teneva una mano sulla
spalla di Celia e riuscii a intuire che diceva
“È la nostra migliore interprete”. Mi
sembrava che ne stesse decantando le qualità
come avrebbe fatto un mercante di schiavi: la
seguirà ovunque vorrà portarla, non si
preoccupi di farla camminare, non soffre il
freddo eccetera.
Celia taceva, gli occhi fissi sulle proprie
caviglie fasciate da un paio di calzette di
cotone bianco che le ricadevano sul piede. La
timidezza, credo, la spingeva a sedere con le
ginocchia serrate in una stretta disperata e la
schiena rigida, perfettamente perpendicolare al
pavimento e a un’opportuna distanza dalla
spalliera della sedia. Teneva la tazza sul bordo
del tavolo, con un terzo del piattino sospeso
nel vuoto, e quando doveva sollevarla per bere
lo faceva con le punte delle dita, nel tentativo
di limitare al minimo prescritto dalla buona
educazione il contatto con lo stesso mobile sul
quale erano appoggiate le mie mani.
Terminato il comizio, la professoressa vuotò la
sua tazza con un poderoso risucchio, quindi si
rivolse a Celia e la esortò a presentarsi. Lei,
che sembrava avere trascorso l’intera vita ad
aspettare quell’ordine, schizzò in piedi come
una molla, mi tese cinque ditini sudaticci privi
di forze e sussurrò: “Piacere, sono Huang
Yue, però la prego, non si preoccupi di
chiamarmi Huang Yue, il mio nome inglese è
Celia”.
Uno degli svantaggi (o dei vantaggi, a seconda
della situazione) della lingua inglese è che di
solito non sai mai se qualcuno ti sta dando del
lei o del tu, ma dal suo tono si capiva che mi
stava dando del lei. Almeno parlava un inglese
migliore di quello della professoressa.
Quest’ultima, gonfia d’orgoglio e con gli occhi
quasi lucidi come quelli di una madre quando
alla recita scolastica viene il turno del
proprio figlioletto (ma era una terrificante
ruffiana e stava recitando), approfittò del
momento per sparare il prezzo, e quando dissi
che poteva andare compilò una ricevuta sul
posto e pretese un anticipo in contanti, che
arrotolò con cura e intascò nella borsetta.
Mentre le porgevo il mucchio di banconote ebbi
la sgradevole sensazione di trovarmi lì a fare
affari con la tenutaria di un lupanare.
A quel punto, la professoressa si sentì in diritto
di chiedermi che cosa andassi a fare a Shaoshan,
e rividi in lei la madre, perché me lo domandò
come se mi apprestassi a portare lontano la sua
bambina.
“Vado a visitare il paese natale di Mao Tse
Tung” dissi.
“Visto, Celia” esclamò lei. “Il nostro
presidente è popolare anche all’estero”.
Anche se era morto da ventiquattro anni, per i
cinesi Mao era sempre “il presidente”.
“Mi dica” aggiunse la professoressa dopo averci
pensato su “che cosa c’è di interessante a
Shaoshan?”
“Dovrebbe saperlo meglio di me” la punzecchiai.
Shaoshan si trovava a sole tre ore di macchina
da Changsha.
Lei assunse un’oscena aria di superiorità.
“Per dirle la verità, il lavoro non mi lascia
molto tempo. Per fortuna, dovrei aggiungere. Sa,
noi siamo un’impresa privata”.
Quando pronunciò la parola “privata” mi
parve di notare che gonfiava il petto. Era un
po’ come per un messicano poter dichiarare di
essere in missione per conto della Vergine di
Guadalupe.
Capii che a Shaoshan non avrebbe mai messo piede. A
meno che, naturalmente, un giorno lontano la sua
impresa non fosse andata a rotoli e non si fosse
ritrovata con parecchio tempo libero a
disposizione.
Per il momento, si limitò a guardare l’orologio
e con un sorriso molto P.R.
disse: “Io devo andare”. Mi strinse
la mano quando era già con un piede fuori della
porta, e scomparve lungo il corridoio come una
ladra.
“Le faccio sapere” dissi senza specificare
cosa, mentre lei spingeva un rimasuglio di
sorriso nell’ascensore che esalava, ogni volta
che si fermava al piano, un insopportabile odore
di cavolo bollito. L’ascensore sostava sempre,
automaticamente, al piano del ristorante.
“Sì, sì, mi faccia sapere.”
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Quando rientrai nella stanza, Celia arrossì
violentemente e notai per la prima volta il
reticolo dei capillari violacei sulle sue
guance. Sentiva di dover dire qualcosa, ma
evidentemente non era stata istruita a
sufficienza sugli argomenti di conversazione che
potevano andare con un occidentale. Taceva, e
mentre taceva potevo ascoltarla ruminare tutte
le possibili infinite frasi con cui si sentiva
in dovere di iniziare un dialogo che riteneva
inevitabile ma al quale avrebbe preferito la
morte. Se fossi stato una donna, forse sarebbe
andato tutto più liscio. Mi sedetti ad
aspettare che parlasse, volgendo uno sguardo
molto meno interessato di quanto cercavo di
farlo apparire oltre la finestra, ai palazzoni
di mattonelle bianche e cristallo azzurrato che
in tutta la Cina segnalavano, con una
sconcertante fedeltà estetica a un archetipo
creato da chissà quale architetto di regime,
l’arrivo del nuovo corso del socialismo
nell’ennesima “zona in via di sviluppo”, e
mascherando un imbarazzo che era anche mio con
la freddezza concessami dal fatto che Celia era
alle mie dipendenze, e il suo contratto di
assunzione si trovava nel mio portafoglio sotto
forma di una ricevuta; in effetti faticavo
anch’io a trovare qualcosa da dire, e pensai
che se Celia fosse stata un uomo sarebbe andato
tutto più liscio. Per restare su un terreno
neutrale, ma senza allontanarci troppo l’uno
dall’altra, scegliemmo quasi nello stesso
istante di parlare della professoressa, ovvero
dell’unica conoscenza che, per quel che ne
sapevamo, ci accomunasse.
“Un bel tipo, la tua professoressa” dissi.
“Sì, una donna molto occupata. Molto molto
occupata. Un’imprenditrice. Ha anche un
telefono cellulare” disse lei con sollievo.
“Non mi sembra tanto strano possedere un telefono
cellulare. Qui a Changsha ce l’hanno anche le
ragazzine”. Mi resi conto troppo tardi che
anche lei era poco più che una ragazzina. Il
fatto era che sembrava troppo seria per la sua
età, e una certa aria di tristezza che si
portava addosso con disinvoltura come le
ragazzine di Changsha portavano al collo il
cellulare appeso a una specie di guinzaglio
aggiungeva al suo volto quei dieci anni che gli
altri adolescenti devono avere la pazienza di
vivere con la giusta dose di sfortune per poter
avere quella stessa luce nello sguardo. Mi
indispettiva che a ventun anni Celia somigliasse
a una donna più di quanto alla stessa età io
non riuscissi a somigliare a un uomo.
“Beh, io non ce l’ho, un telefono cellulare”
rispose facendo la sostenuta. “Non che mi
serva, in effetti.”
“Però hai un lavoro” dissi. “Vuoi un altro tè?”
“Che cosa? Oh no, no, grazie. Per la prossima
settimana, avrò un lavoro a Shaoshan. Magari
dieci giorni. Poi, chissà. Magari sto tutto il
mese senza che mi chiamino. Qui non siamo a
Shanghai o a Pechino, non è che tutto il mondo
abbia sempre bisogno di un interprete. Quello
che guadagno lo spendo tutto per pagarmi
l’università. Niente cellulare. L’ultima
volta che ho lavorato è stato quasi due mesi
fa: una coppia di russi andava in cerca di un
compratore per certi strumenti di misura,
contachilometri, manometri, metriqualcosa, non
ho capito bene. Non hanno trovato nessuno, però
dopo una settimana o giù di lì mi hanno
offerto duecento dollari per andare a letto con
loro. Me li ha offerti lei.”
“Lei chi?”
“La donna.”
“E tu?”
“Io ho telefonato alla professoressa Cai.”
“Che vuol dire ho telefonato alla professoressa
Cai?”
“Dovevo sapere come comportarmi.”
“Non potevi mandarli al diavolo direttamente?”
“No, erano clienti, giusto?”
“Clienti? Volevano fare un numero a tre e tu li
chiami clienti?”
“Per pagare avevano pagato.”
“Sì, ma per un’interprete, Cristo!”
“La professoressa dice che il cliente ha sempre
ragione e non bisogna mai irritarlo. Cliente
arrabbiato è cliente perso. Il passaparola è
la pubblicità migliore e non costa nulla”
“E questa dove l’avrebbe imparata?”
“Lo dicono negli Stati Uniti.”
“La professoressa Cai è stata negli Stati
Uniti?”
“No, l’ha sentita dire da uno che aveva letto
un manuale americano su come fare business. La
professoressa è stata solo a Hong Kong.”
“E con i russi com’è finita?”
“A un certo punto la professoressa voleva parlare
al telefono con loro, ma loro mi hanno detto che
era tutto a posto, che non c’era bisogno. Mi
hanno dato cinquanta yuan e sono spariti, tanto
non avevano venduto neanche un tachimetro, o
manometro, quelle robe lì.”
“Come diavolo facevi a sapere da chi andare a
vendere gli strumenti, se non sapevi che
cos’erano?”
“Lo sapevano loro. Poi però mi hanno chiesto di
trovare qualcuno anch’io. In Cina c’è un
sacco di gente che compra tutto e vende tutto.
L’importante è fare business.”
“Business...” ripetei con gli occhi fissi sui
palazzoni del centro.
“Tu non sei venuto qui per fare business” disse
lei con uno stupore che sembrava sincero.
“No, io non sono tagliato per gli affari. Ti pare
strano?” domandai infastidito. L’irritazione
mi impedì di capire che il suo you cominciava a suonare come un “tu”. Del resto, non capivo
nemmeno il perché di quell’irritazione.
“Perché uno come te dovrebbe venire in vacanza
dall’occidente in un villaggio di campagna
dello Hunan?”
“In vacanza? E chi ti dice che sia in vacanza?”
“Non hai da vendere, non hai da comprare.
Giusto?”
“Beh, non lo so perché mi è saltato in testa di
andare in un villaggio dello Hunan” mentii.
“Del resto tutti noi facciamo un sacco di cose
senza sapere perché le facciamo. Veniamo al
mondo, tanto per cominciare.”
“Non lo sai?”
Dovetti apparirle come uno di quegli eccentrici
ricconi annoiati che, dopo aver visto il mondo
intero, a un certo punto della vita cominciavano
a visitarne per gioco gli angoli più
insignificanti. Ovvero, secondo l’immaginario
collettivo del terzo mondo – sempre ammesso
che la Cina, perlomeno quella rurale, potesse
essere ancora considerata terzo mondo – il
perfetto stereotipo del turista occidentale,
perché l’occidentale si divideva in due
grandi categorie: se non era un businessman, era
un turista.
“No che non lo so. Facciamo che lo scopriremo
insieme. E ti prometto che non ti chiederò di
venire a letto con me.”
Stavolta fu lei a irritarsi e mi mise il broncio,
ma non capii se era stato a causa della battuta,
o perché intuiva che le avevo mentito sullo
scopo del viaggio, e dunque, se le avevo mentito
una volta, avrei potuto farlo molte altre. La
sincerità era una virtù troppo obsoleta perché
se ne facesse menzione nei manuali del business
americano, ma qui eravamo in Cina, e in Cina la
sincerità contava ancora parecchio, come
contava la parola data e saper bere un tè
mettendoci il tempo necessario.
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In effetti, avevo almeno tre buone ragioni per
venire a Shaoshan. Intanto l’aspetto più
interessante del villaggio non era che vi fosse
nato, il giorno di santo Stefano del 1893, Mao
Tse Tung, ma che i novecento contadini che lo
abitavano – ex bravi comunisti tutti casa
partito e risaia – erano diventati tutti
ricchi sfondati e, peggio, quella strabiliante
quantità di denaro di cui si mormorava
l’avevano estratta – con il consenso dei
legittimi proprietari – dai portafogli di
milioni di comunistissimi compatrioti speculando
sul nome sacro del Grande Timoniere loro ex
vicino di casa. Per me, inoltre, il nome
Shaoshan suonava troppo simile a Scisciano, uno
dei castelli vassalli di Jesi sperduto fra le
colline della campagna marchigiana, con due
dozzine di case di vecchio tufo e un arco a
sesto acuto sotto il quale, si diceva, era
passato, ancora bambino e già imperatore,
Federico II di Hohenstaufen e dove erano nati e
vissuti i miei nonni materni, gli unici che
avessi conosciuto, e al quale attingevo, ogni
volta che ne avevo bisogno, i più dolci e
nitidi ricordi d’infanzia. Infine, come
conseguenza della prima buona ragione, Shaoshan
prometteva di essere un luogo dove i bambini non
mi avrebbero tirato le maniche a ogni angolo di
strada recitando come un mantra la sola frase in
inglese che conoscevano e avevano capito di
dover imparare in fretta, e che per qualsiasi
popolo ha il peso di una sconfitta: please-give-me-money-please-give-me-money.
Tempo
dopo, mentre tremavamo di freddo nel ristorante
dove ci eravamo infilati come fuggiaschi, Celia
mi fece la stessa domanda e io le diedi la
stessa risposta. Fu quello, credo, il giorno che
smise di chiedermi che cosa stessi cercando a
Shaoshan. Me l’aveva già domandato molte
volte, ed era ormai chiaro che temeva di dover
rimanere lì per sempre, al fianco di un maniaco
febbricitante perso nell’inseguimento di un
miraggio che brillava solo nella sua testa, e
forse stava pensando a un modo di scaricarmi
elegante e compatibile con le regole del manuale
americano.
“Vuoi ancora tè?” disse.
Toccai la teiera di metallo, che era diventata
gelida come un tavolo da autopsia.
“Lascia stare” risposi. Pagai il conto, ci
alzammo e andammo per la seconda volta a
visitare la casa natale di Mao.
[Sergio
Ramazzotti, primo capitolo de La birra di
Shaoshan]
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