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Oltre dieci anni fa, sulla via di ritorno in Europa, decisi di fare tappa per alcuni giorni a Kuala Lumpur, la capitale della Malesia. Sara’ stato il fuso, sara’ stato il caldo soffocante e umido, sara’ stata la confusione di gente, tutto questo e altro ancora ma la KL di allora, cosi’ la chiamano i locali, non mi aveva particolarmente colpito. In realta’ alcuni ricordi positivi li avevo, come le serre di splendide orchidee e il mercato alimentare all’aperto Pudu. Ma niente piu’. Questo giugno sono tornato, incuriosito dalle voci di cambiamento. Ho subito dubitato di essere arrivato nella stessa citta’. La prima volta atterrai in un casermone senza ne’ arte ne’ parte che si raggiungeva con bus d’anteguerra o con una corsa in taxi che poteva durare anche piu’ di un’ora. Adesso il KL International Airport e’ un armonico disegno di acciaio e cristalli, rigogliosa flora tropicale e marmi, negozi e caffe’, collegato alla citta’ da un treno veloce. Non male come primo impatto. E poi si arriva in centro. Dove prima c’era confusione ci sono strade larghe e svincoli sopraelevati bordati da palme, ibischi e bougainvillea; dove si stagliavano pochi palazzoni ci sono ora i grattacieli piu’ alti del mondo, le Petronas Tower, e la Menara KL, una delle torri di comunicazioni piu’ alta d’Asia, nonche’ una selva di altri grattacieli sfavillanti; dove si aprivano pochi e talvolta noiosi musei ecco ora costruzioni in marmo bianco e cupole splendidamente lavorate che ospitano ricche collezioni di arte islamica e asiatica. Per non parlare poi dello shopping e della vita notturna. I mall non hanno nulla da invidiare a quelli americani o alle strade eleganti delle capitali europee, mentre ristoranti e bar sono aperti sino a tarda notte e sempre affollatissimi soprattutto a Telawi street a Bangsar e nei pressi del Beach Club. Ci sono linee della metropolitana totalmente automatizzate e una monorotaia aerea aprira’ a breve, ci sono parchi cittadini splendidamente curati e laghetti e fontane per rinfrescare lo spirito, dato che il caldo umido e’ rimasto quello di dieci anni fa. In realta’ molto ancora e’ rimasto uguale: la splendida cortesia, gentilezza e capacita’ di sorridere dei malesi; il caos indaffarato e le carabattole in vendita a Petaling street a Chinatown; l’aria condizionata, altre carabattole, i cambiavalute piu’ convenienti al Central Market; l’antro cavernoso da girone dantesco della stazione degli autobus Pudu Raya; l’oasi di pace della Masjid Jamek, la moschea del venerdi’; la serie di palazzi coloniali che costituiscono il quartiere di Merdeka Square; le periferie di caseggiati popolari e tristi addobbati di biancheria stesa; la sicurezza di camminare ovunque, giorno e notte. L’ultima caratteristica e’ invero faticosa, anche perche’ KL non e’ una citta’ per passeggiate, escluso il centro. Ma i taxi costano un nulla, se il tassametro e’ in funzione. Basta uscire dall’hotel e fare ciao ciao con la mano che ecco si ferma un taxi, un po’ di contrattazione minacciando di scendere se siete gia’ saliti, e se siete soli sedetevi a fianco del guidatore che si usa cosi’, e via per la destinazione e la raffica di domande di rito. Signor Salim mi ha casualmente raccolto davanti all’hotel prima delle nove del mattino, e mi ci ha riaccompagnato attorno alle quattro del pomeriggio, dopo varie corse, diverse attese, infiniti sorrisi e scambi di battute, nonche’ continue domande che ad un europeo suonavano spesso molto private e un candore infinito nelle risposte. Fermato il taxi al mio segnale, salgo e mi siedo a fianco e dico Bird Park, l’aviario piu’ grande del mondo, Signor Salim mi risponde dieci ringgit, No cinque che gia’ sono molti, Sette e ti ci porto, E allora fammi scendere, Va bene per cinque. Ma quel benedetto tassametro non lo accendete mai? Poi si volta e mi sorride e comincia con le domande generali, cosi’ tanto per sondare il terreno: da dove vieni, in quanti siete nel tuo gruppo, ci sono anche donne o solo uomini, quanto vi fermate e quando ripartite, avete bisogno di un taxi per l’aeroporto, ti piace la Malesia, e’ la prima volta a KL, che cosa visiti oggi. Ma che pazienza che ci vuole, per fortuna e’ primo mattino. Poi passa al personale. Come ti chiami , sei cristiano, siete tutti cristiani in Italia, sei sposato, quanti anni hai, quanti figli hai, che lavoro fai. Oh ma dico, ma non ci conosciamo mica sai! Mi stupisco non poco delle domande, ma anche della facilita’ con la quale rispondo. Sono a mio agio. Signor Salim, dato che lui mi chiama Signor Michele, ha ventisette anni e una bella barba lunga e nera che gli arriva sino al petto, gli occhi neri e vivaci e un sorriso accattivante. Porta il tipico copricapo malese bianco, quasi un fez ma piu’ basso, un camicia candida e ha un taxi immacolato e profumato. Ha sei figli, quattro maschi e due femmine, ed e’ musulmano. Prega 5 volte al giorno. E qui s’appassiona e mi racconta delle abluzioni, di come organizza la giornata attorno alle preghiere, di quanto sia bello farlo in compagnia. Dopo avere sbagliato strada un paio di volte finalmente arriviamo al Bird Park. Altra domanda, E dopo che vai a visitare. Pensavo il Museo d’Arti Islamiche e la Moschea Nazionale, e’ fatta, l’ho conquistato. Ti accompagno io mi dice, Ma scusa non c’hai da lavorare, dico io mettendo le mani avanti, Ci mettiamo d’accordo mi ribatte lui con un sorriso volpesco. E infatti ci mettiamo d’accordo dopo un tira e molla di dieci minuti abbondanti che oltre al prezzo sono anche serviti ad organizzare le mie visite, le sue preghiere e il riposo pomeridiano in moschea, nonche’ la mia pausa pranzo in un banchetto che lui dice il migliore di KL, non lo dubitavo. Dopo musei e moschee andiamo alle Petronas e al Suria KLCC, il centro commerciale ai piedi delle torri e di fronte al laghetto del parco. Si stupisce che abbia comprato solo dei libri, sono qui le 3 librerie piu’ fornite di KL, invece che uscire carico di cianfrusaglie costose come molti occidentali sono uso fare. Per ogni tragitto prende la strada piu’ lunga, cosi’ ha piu’ tempo per chiacchierare e farmi domande, vuole sapere di come si vive in Europa, di come e’ il clima e come sono i rapporti interpersonali. Vuole sapere perche’ non mi trasferisco a vivere in Malesia e se tornero’ ancora. Poi facciamo una seconda sosta cibo in un banchetto rigorosamente halal per spiedini di montone con riso al curry e verdure sconosciute e un succo di mango; quindi di sua iniziativa mi porta a vedere la vecchia stazione e di nuovo sulle colline attorno alla citta’ per il panorama. Ad un incrocio mi sbatte un braccio sotto il naso e indicandomi la strada alla sinistra del finestrino mi fa deciso: Io abito di la’ a dieci minuti, ma mia moglie non e’ a casa, senno’ ti offrivo un te’, quando torni la prossima volta te lo offro. Ma io non so se torno, anche se, adesso, ho una ragione in piu’ per rivedere la Malesia. |